TUTTO IL MIO FOLLE AMORE

Un viaggio nei rapporti umani: padre e figlio, marito e moglie, uomo nella natura.
Una madre che trova nell’acqua la tranquillità. Immergendosi in piscina è come se cancellasse i suoi problemi. Nell’acqua è forte, sicura, tenace mentre nel mondo terreno si sente fragile. Un figlio che nelle sue fragilità trova la sua forza. Un padre che si riscopre tale. Un padre che grazie alla sua incoscienza riesce ad affrontare gli ostacoli che gli si presentano davanti. Un marito che per amore della sua donna è riuscito a diventare il padre di un figlio non biologicamente suo ma che ha cresciuto anno dopo anno aiutandolo ad affrontare un mondo ostile. Un paesaggio che nonostante sia così dispersivo ed immenso, ti abbraccia, ti avvolge, ti calma. Ed ecco che tutti questi ingredienti si fondono tutti insieme, creando un bellissimo quadro incorniciato da una tecnica registica e una colonna sonora che riempiono gli ultimi tasselli di una pellicola già perfetta. Ancora una volta Gabriele Salvatores fa breccia nei nostri sentimenti più profondi. Ci scava dentro, in un certo senso ci dice “non aver paura di scioglierti, di piangere se ne hai bisogno”. La delicatezza del racconto è l’arma vincente.

Claudio Santamaria, Valeria Golino, Giulio Pranno e Diego Abatantuono si sono calati indiscussamente nei loro personaggi. Non è un film propriamente drammatico. Non vuole farci commuovere e parlare dell’autismo come qualcosa di sbagliato, di difficile, di ingiusto. Certo, la tematica dell’autismo emerge ma non è il punto focale del film. Ci troviamo davanti ad un road movie. Ad un viaggio che ognuno di noi prima o poi nella vita dovrebbe compiere. Prima ancora che un viaggio in terre sconosciute, un viaggio nei sentimenti, nei propri fallimenti e nelle proprie conquiste.

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