PADRENOSTRO

Valerio e Christian. Un bambino e un ragazzino. Due occhi sognanti. Un solo desiderio: la libertà. Così uguali ma anche così diversi. Il primo appartiene ad una famiglia tradizionale ed è  rispettoso degli altri e delle regole. Il secondo invece è apparentemente uno spirito libero, noncurante delle norme. Due animi complementari uniti da un legame profondo. La natura di questo legame verrà fuori piano piano nel corso della pellicola. Lo spettatore per buona parte del film crederà a qualcosa che verrà  successivamente stravolto. Sceneggiatura non originale in quanto riprende una pagina reale della nostra storia. Risulta originale invece la scelta registica: riprese a rallentatore, elementi sonori ricorrenti, stanze vuote, riprese che partono da un elemento vicino fino ad allontanarsi. Tutti segni tecnici utili a sottolineare determinati episodi, per enfatizzare il dolore che provano i protagonisti. Il respiro affannoso all’inizio del film si ripresenta in più scene lungo il lungometraggio in quanto leitmotiv che si ripropone ogni volta che gli interpreti provano ansia rispetto al loro vissuto. Da sottolineare è anche lo sguardo intenso che il bambino rivolge nei riguardi del padre: innamorato del padre lo guarda sempre profondamente, si perde nei suoi occhi, nelle sue labbra quasi volesse imprimersi nella memoria il volto dell’uomo qualora dovesse perderlo a causa della figura professionale che ricopre. Le interpretazioni di Pierfrancesco Favino e Mattia Garaci sono degne di nota. Entrambi imponenti nel trasmettere una forte carica emotiva.

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